La Slc: «Poste e lavoro femminile, la narrazione dell’azienda è incompleta

«Dire che il 70% dei lavoratori negli uffici postali è donna non significa che il mercato del lavoro italiano stia migliorando. Significa, semmai, che un’azienda pubblica ha una composizione di genere particolare. Ma il dato nazionale resta impietoso: l’Italia è tra gli ultimi Paesi europei per tasso di occupazione femminile». Il segretario generale della Slc Cgil di Udine Michele Lunetta replica così ai dati e ai case history diffusi nei giorni scorsi da Poste italiane per rimarcare la forte presenza del lavoro femminile all’interno dell’azienda. «La questione del lavoro femminile – scrive Lunetta in una nota – viene spesso affrontata con la logica del maquillage: si mostrano i risultati più fotogenici, si nascondono le criticità strutturali. Ma il lavoro femminile non è un tema di immagine: è una questione di politiche pubbliche, e l’assenza di queste politiche pesa più di qualsiasi percentuale».

Se il gap occupazionale e retributivo fotografano tuttora i ritardi dell’Italia, tra gli ultimi Paesi europei per tasso di occupazione femminile, il 70% di presenza femminile negli uffici postali non certifica, per Lunetta, una situazione di eccellenza rispetto al mercato del lavoro generale: «Il fatto che molte donne lavorino come sportelliste o consulenti – scrive ancora il segretario provinciale della Flc – non è necessariamente un segno di emancipazione. Anzi, può essere il sintomo di un mercato del lavoro che continua a incanalare le donne verso ruoli di relazione, spesso meno pagati, più stressanti, più esposti al pubblico, meno valorizzati nelle progressioni di carriera. Attribuire a questi ruoli una “naturale predisposizione femminile” è un modo elegante per non affrontare il problema della segregazione occupazionale».

Anche la presenza più diffusa di dirigenti donne, per Lunetta, non basta da sola a configurare un’eccellenza, se non supportata da strumenti che supportino concretamente i percorsi occupazionali e professionali delle donne. «Una politica del lavoro seria – sostiene – dovrebbe garantire: percorsi di carriera trasparenti, criteri di valutazione chiari, formazione continua accessibile, misure di conciliazione vita-lavoro e un puntuale monitoraggio delle disparità salariali. Senza questi strumenti, la presenza di una dirigente donna è un simbolo, non un indicatore. E in assenza di dati su stabilità contrattuale, carichi di lavoro, turnazioni, mobilità obbligata, differenze retributive e politiche di formazione, la narrazione resta incompleta. La parità di genere si costruisce con investimenti nei servizi pubblici, incentivi all’occupazione stabile, politiche di conciliazione, contrasto al part-time involontario, trasparenza salariale e sostegno alle carriere femminili nei settori ad alta qualificazione. Finché queste politiche non diventano priorità – conclude Lunetta –  la presenza femminile negli uffici postali resta un dato interessante, ma non un modello né la prova che il sistema funziona».